THE BORDER – Frontiera – Jack Nicholson – Harvey Keitel – Valerie Perrine

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THE BORDER – Frontiera

Regia: Tony Richardson

Con: Jack Nicholson, Harvey Keitel, Valerie Perrine

Drammatico

Durata: 104 minuti

  

Confine tra cosa, e con cosa, sarebbe da chiedersi.

Anche tra di noi, e all’interno di noi, ci sono dei confini. Cosa separano? Cosa c’è oltre il confine?

Forse si dovrebbe cominciare con il parlare di un vecchio, capitale romanzo della letteratura americana: “Across The River and Into The Trees” (trad. it: “Di là dal fiume e tra gli alberi”), di Ernest Hemingway – con la celebre traduzione di Fernanda Pivano.

Qui Hemingway allude a un confine, quello tracciato dal fiume Tagliamento, tra Veneto e Friuli, terre a lui care. Cosa c’è tra gli alberi? Oltre il fiume?

Hemingway e Adriana

Ernest Hemingway e Adriana

Grande metafora che racconta di come, scampando agli orrori della guerra, un vecchio Colonnello dell’esercito americano sverni a Venezia, tra Martini Dry, avventure in gondola con una nobile di casata veneziana, battute di caccia in botte e tanta malinconia per la vita che fugge. Il confine è solo alluso, tra le pagine di questo bellissimo, decadente romanzo, ma sembra essere continuamente varcato interiormente, intrapsichicamente, dal vecchio Colonnello, il confine che lo divide dal passato, attraverso drammatici flashback di guerra, in notti insonni passate a raccontare a Renata, accompagnato dall’immancabile bottiglia di Valpolicella, quanto orribile fosse ciò che avevano visto i suoi occhi sui vari Fronti. Ci sono confini che noi varchiamo ogni istante, nella nostra mente, quello fra nevrosi e psicosi, ad esempio, come diceva Freud, o tra sogno e realtà, come nei romanzi di Gian Dàuli, o tra presente e passato, e il vivere altro non è che un varcare continuamente questi confini, The Border non sarà mai del tutto oltrepassato, si torna sempre indietro, per poi superare il confine nuovamente, in un costante varcare la linea di confine, che, a questo punto, non si può più considerare una linea netta, ma una zona allargata, nella quale avvengono le nostre metamorfosi esistenziali. In quanto presente nel ricordo, la guerra del Colonnello non era del tutto passata, e il Colonnello non aveva del tutto raggiunto, e forse non li ha raggiunti mai, gli alberi oltre il Tagliamento. Eden irraggiungibile, forse, quanto quello agognato dai cicanos messicani, i cosiddetti wetbacks, o “spalle bagnate”, della cultura Texmex, nel film The Border, con Jack Nicholson e Harvey Keitel, un film del 1982, in cui i due ranger statunitensi sono impegnati a fronteggiare l’immigrazione clandestina a El Paso (Texas), lungo la linea di confine segnata dal Rio Grande, che divide gli USA dal Messico.

Qui il confine non divide metaforicamente nostre parti psichiche, o immaginarie fantasie, ma separa nettamente, drammaticamente, il mondo progredito dei consumi e del capitalismo occidentali, dalla povertà assoluta del Messico, grande realtà umana che preme drammaticamente e spasmodicamente sulla linea di quel torrentello che è il Rio Grande, che tanto facile è superare pagando un mafioso locale, che garantisca al cicano una qualche occupazione oltre il confine, per poi esserne espulso alla prima retata, dettata da amministrative necessità di ristabilire un equilibrio tra afflusso (illegale-legalizzato) ed espulsioni. Qui le pedine del mercato illegale dell’immigrazione sono in mano a meccanismi economici e politici basati sull’esistenza di un confine reale, geografico e politico, che non è concesso di superare, una linea che sancisce per gli Americani lo stato di supremazia, e per i Messicani quello di sottomissione e asservimento. Il divieto amministrativo di superare il confine, sembra anzi garantire agli imprenditori di El Paso e dintorni – che godono della collusione dei rangers – la possibilità di reclutare illegalmente manodopera messicana a basso costo, col continuo ricatto dell’espulsione, se il cicano dovesse ribellarsi alle condizioni di estremo sfruttamento cui è assoggettato.

La linea di confine in “The border” sembra anche separare la Legge dalle molte occasioni che si presentano per trasgredirla, anche a costo di fare dei morti. Charlie Smith (Jack Nicholson) si trasferisce da un imprecisato luogo del Sud Ovest, dove viveva con la moglie Marcy (Valerie Perrine) in una roulotte, svolgendo il mestiere di poliziotto di confine. Sin dalle prime scene, si coglie che Charlie è in pieno burn-out per un mestiere in cui non crede più, soprattutto per un ruolo che rappresenta un ordine statale in cui Charlie ha finito di credere. La moglie – ossessionata da frenesie piccoloborghesi – sogna una casa comoda ed elegante, e convince Charlie a fare i bagagli, e andare nella villetta di El Paso accanto a quella di una sua vecchia amica. Mentre Charlie sogna di tornare a fare la guardia ecologica in mezzo a foreste e anatroccoli, la moglie lo costringe ad arruolarsi nelle guardie di confine della città texana. Qui la vita si presenta subito molto dura e pervasa da un grande, angosciante senso di vuoto. Gli spazi sono vasti, enormi, assolati e impolverati dal deserto. Il Messico è alle porte, e il mestiere di pattugliamento non è più che una routine noiosa per i rangers, che sono costretti a fermare sempre gli stessi individui, che ci riproveranno dopo poche ore, magari all’imbrunire.   

Il vicino di casa, Cat (Harvey Keitel) in questo film dai grandi pregi narrativi e sociali, impersona la spregiudicatezza cinica e aggressiva dell’Americano conformista e ipocrita, che sfrutta il disagio e la povertà altrui a proprio vantaggio, sotto l’egida della Legge. Come in altri film sulla linea di confine (“Stella solitaria”, “Le tre sepolture”, e in parte “Blind Horizon”), la storia è collocata in una zona geopolitica dove la Legge – data la vastità e la dispersività del territorio – può essere regolata a proprio piacimento. E a proprio vantaggio da parte di chi detiene il potere, delle armi, e dei soldi.  

Le splendide musiche di Freddy Fender e Ry Cooder ci seguono, quindi, tra dirupi scoscesi e polverosi, in inseguimenti spesso mortali. L’angoscia del popolo Messicano è qualcosa di panico e totale, che si fa vento e sabbia che acceca la coscienza di Charlie che, dopo aver accettato di diventare un poliziotto corrotto, su offerta di Cat, assume su di sé il senso di colpa degli interi Stati Uniti, e cerca di espiarlo pagando a una ragazza Messicana, che segue sin dall’inizio della storia, il viaggio oltre il Rio Grande. Il loro è un legame inespresso, fatto di teneri sguardi di qua e di là del fiume. Charlie farà di tutto per riportarle il bambino che un losco mercante di anime messicano le ha rapito, per venderlo al prezzo di 25 testoni a una famiglia di ricchi americani.

Jack Nicholson dà in questa pellicola una magistrale interpretazione di quella che può essere la tenerezza e l’amarezza di un poliziotto, alle prese con un mestiere odioso e una moglie avida. Un uomo estremamente solo, capace di eroismi compiuti nell’ombra, senza il plauso di nessuno.

Infine, è da rilevare anche la presenza, nel cast, di un bravo attore, dal volto abbrutito, noto a tanti della mia generazione per la visione di quei telefilm polizieschi e western che fecero i nostri pomeriggi alla fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80: il buon Jeff Morriss, nei panni di J. J., uno losco trafficante di anime dalle convinzioni grette e sudiste, che farà una brutta fine.

 

©, 2007

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THE BORDER – Border

Director: Tony Richardson

Starring: Jack Nicholson, Harvey Keitel, Valerie Perrine

Dramatic

Duration: 104 minutes

Boundary between what and what, might ask.

Also among us and within us, there are boundaries. What separates? What lies beyond the border?

Maybe you should start talking with an old, capital novel of American literature: “Across the River and Into the Trees” (transl: “Across the River and Into the Trees”), Ernest Hemingway – with the famous Fernanda Pivano translation.

Here Hemingway alludes to a boundary, the path from the Tagliamento River, between Veneto and Friuli, land dear to him. What’s in the trees? Over the river?

Great metaphor that tells of how, escaping the horrors of war, a former U.S. Army Colonel paint remover in Venice, between Dry Martini, adventures in a gondola with a noble Venetian family, hunting barrel and a lot of sadness for the life flees. The border is only alluded to, the pages of this beautiful, decadent novel, but seems to be continually crossed internally, intrapsychically from the old Colonel, the boundary that separates it from the past through dramatic flashbacks of war, telling sleepless nights Renata, accompanied by the inevitable bottle of Valpolicella, how horrible it was that his eyes had seen on several fronts. There are boundaries we cross every moment that we, in our minds, that between neurosis and psychosis, for example, as Freud said, or between dream and reality, as in the novels of Jean Daul, or between present and past, and live no more is that a constantly crossing these boundaries, The Border will never be entirely passed, you always go back, then cross the border again, in a constant cross the boundary line, which at this point, we can no longer be considered a sharp line, but an enlarged area, which take place in our existential metamorphosis. As in the memory of the war the Colonel was not entirely gone, and the Colonel had not quite reached, and maybe it never reached them, the trees beyond the Tagliamento. Eden unreachable, perhaps, as that coveted cicanos by Mexicans, the so-called wetbacks, or “wet backs”, Texmex culture, in the film The Border, starring Jack Nicholson and Harvey Keitel, a 1982 movie, in which the two rangers are U.S. pledged to tackle illegal immigration in El Paso (Texas), along the boundary line marked by the Rio Grande, which divides the U.S. from Mexico.

Here, the border does not divide our metaphorically shares psychic, fantasy or imaginary, but clearly separates, dramatically, the developed world of Western capitalism and consumption, the absolute poverty of Mexico, a great human reality that dramatically press and spasmodically on the line of that stream that is the Rio Grande, which is easier than paying a local mafia, which guarantees the cicano some jobs across the border, only to be expelled to the first haul, administrative dictated by the need to restore a balance between inflow (illegal-legalized) and expulsions. Here the pieces of the illegal market are in the hands of immigration and political economic mechanisms based on the existence of a real border, geographically and politically, which is not allowed to exceed a line that provides for the state of American supremacy, and for Mexicans to submission and subservience. The administrative ban to cross the border, seems indeed to provide entrepreneurs and around El Paso – that have the collusion of the Rangers – the possibility of illegally recruiting low-cost Mexican labor force, with the constant blackmail, expulsion, if the rebellion had to cicano conditions of extreme exploitation that is subject.

The boundary line in “The Border” also seems to separate the law from the many opportunities that present themselves to transgress, even at the cost of making the dead. Charlie Smith (Jack Nicholson) is transferred from an unspecified place in the Southwest, where he lived with his wife Marcy (Valerie Perrine) in a trailer, doing the job of policeman of the border. From the early scenes, he realizes that Charlie is right in the burn-out for a job where he no longer believes, especially for a role that represents a state order in which Charlie has come to believe. His wife – petit-obsessed frenzy – dreams of a comfortable and stylish home, and convinces Charlie to pack up and go to the house of El Paso next to that of an old friend. While Charlie dreams of returning to guard the green in the midst of forests and ducklings, his wife forces him to enlist in the Texas border guards of the city. Here life is very hard and has been pervaded by a large, frightening sense of emptiness. The spaces are huge, huge, sunny and dusty from the desert. Mexico is coming, and the job of patrolling is not more than a boring routine for the Rangers, who are forced to stop always the same individuals who tried again after a few hours, even at dusk.

The neighbor, Cat (Harvey Keitel) in this film by the great virtues and social narrative, embodies the maverick American’s aggressive and cynical ruthlessness and hypocrisy, which exploits the distress and poverty of others to their own advantage, under the aegis of Law. As in other films on the boundary line (“Lone Star”, “The Three Burials” and partly “Blind Horizon”), the story is located in an area where the geopolitical Law – given the size and the dispersion of the territory – can be adjusted to your liking. And to his advantage by those in power, weapons, and money.

The beautiful music by Freddy Fender and Ry Cooder follow us, then, between steep cliffs and dusty, often fatal in the chase. The anguish of the Mexican people is something of panic and total, which makes wind and sand that blinds the conscience of Charlie who, after agreeing to become a corrupt cop, on a range of Cat, takes upon himself the guilt of entire United States, and attempts to expiate it by paying a Mexican girl, following the beginning of history, the trip across the Rio Grande. Their relationship is an unspoken, made of soft looks of the river here and there. Charlie will do anything to bring them the child that a shady dealer in souls Mexico has taken away, to sell at a price of 25 grand for a family of wealthy Americans.

Jack Nicholson gives in this film a masterful interpretation of what may be tenderness and bitterness of a policeman, a job dealing with hate and a greedy wife. An extremely lonely man, capable of heroic acts performed in the shadows, without the approval of anyone.

Finally, it should be noted the presence in the cast, a good actor, whose face is brutalized, known to many of my generation the vision of those TV cop-and-western that made our afternoons in the late ’70s and early 80s: Jeff Morriss good in the role of J. J., a shady dealer in souls petty beliefs and Southerners, who will make a bad end

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