MINOLTA STURG

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Lucian Freud (Berlino, 8 dicembre 1922 – Londra, 21 luglio 2011)

MINOLTA STURG

(inconsapevole falcidiatrice di maschi)

RACCONTO VIETATO AI MINORI DI 18 ANNI – IL RACCONTO E’ DI PURA INVENZIONE, E OGNI RIFERIMENTO A FATTI E PERSONE REALI E’ DEL TUTTO CASUALE.

L’autore dei quadri esposti nella vernice lo riconoscevi perché era l’unico presente ad essere il vero centro dell’attenzione. Gente che andava continuamente a congratularsi, a stringergli la mano, a farsi fotografare con lui in pose ricordo. Quando un artista arriva a godere di una certa fama, è destino che si trasformi in una sorta di feticcio o gadget. Si chiamava Serafino Cigoli, e dipingeva donne nude con la fica ben in vista, un taglio netto nella carne, senza reticenze o velami, e a guardare i suoi lavori ti veniva duro. Alcuni critici riconducevano la pittura di Cigoli a una scuola che vedeva in Lucian Freud il capostipite. Ma era tutta una finta. Cigoli non aveva doti così elevate, restava un pittore mediocre che colpiva, a effetto, a tradimento, a colpi di fica, lo sguardo.

Fulvio Valli, inviato alla vernice per il Corriere del Pomeriggio, osservava le tele che contenevano i corpi raffigurati in maniera iper – realista di giovani donne, anche virgulti adolescenti, dalla carne soda e tesa, le cosce spalancate come nell’ambulatorio del ginecologo, a farsi guardare attraverso il desiderabile taglio. Tra le tante tele esposte, ve ne era una di una donna avanti negli anni, la carne ormai flaccida, la fica non più turgida, ma rilassata come una rosa appassita, sprofondata in una poltrona, al centro di un salotto pregno di borghese decoro. Era la moglie del pittore, ben riconoscibile fra i presenti, che distribuiva sorrisi, strette di mano, e raccoglieva congratulazioni per il marito.

<Un grande spessore psicologico> disse un invitato.

<Un’analisi impietosa della realtà> disse un altro.

<Ma dove spessore, dove analisi, è solo pornografia> disse un detrattore, portandosi alla bocca un bignè alla crema.

<La cosa migliore di questa mostra è il buffet> disse l’amico del detrattore.

<L’hai detto.>

<Mi spiace, ma voi avete un concetto ristretto dell’arte> disse un uomo attempato, la testa pelata come una biglia, gli occhi sottili capaci di scrutare con precisione.

Un altro si introdusse nel capannello, e disse: <Delle qualità bisogna pure riconoscergliele. A me lo fa diventare duro. E alla mia età, non è poco.>

<L’arte non si può metterla sullo stesso piano del viagra!>

Serafino Cigoli era raggiante, in posa per una foto di gruppo, con alcune sue modelle e amici. Era un uomo alto circa due metri, vestito con un ilare panciotto a fiori che a stento gli conteneva la pancia, pantaloni celesti e giacca verde. La cravatta, annodata a fatica, sembrava strozzargli il collo flaccido e adiposo. Le mani, mollicce – e affusolate come quelle di una donna – erano inanellate più del necessario. Aveva uno sguardo da putto dipinto sulla cupola di una chiesa, e la testa sembrava contornata di nuvole color confetto.

<Serafino! Complimenti, complimenti per la magnifica mostra!> La donna incedeva verso di lui, le braccia spalancate, i tacchi che la reggevano a stento, il kulo proiettato nel vuoto come quello di una cavalla. <E io dove sono?>

<Ciao cara, tu sei là> e le indicò la tela che la ritraeva, come tutte le altre, in posizione ginecologica.

<Maginifico! Hai colto la quintessenza della mia persona! Che artista sopraffino!>

<Serafino! Non sopraffino!> urlò un presente.

E via di ‘sto passo.

Dopo il discorso del critico, tutti i disaccordi vennero appianati, e nel giro di dieci minuti, il buffet fu spazzato via.

Minolta Sturg, una ragazza sui ventotto, anche lei raffigurata in posizione ginecologica, raccoglieva complimenti per le sue doti di modella, e lei rispondeva con sorrisi altezzosi, tanto era bella e poteva permetterselo, era una bella d.o.c., con tanto di cartellino di garanzia Made in Bellezza World attaccato sulla punta della testolina vuota.

Ognuno ha diritto ai suoi cinque minuti di gloria, disse qualcuno. Minolta Sturg considerava un grosso traguardo sociale essere lì in un quadro a cosce spalancate, a dare mostra del suo apparato riproduttivo a tutti gli uomini arrapati che, poi, le andavano ad attaccar bottone. Senza rendersene conto, perché era tanto bella quanto priva di un briciolo di autocoscienza, Minolta Sturg esercitava così una sorta di potere sadico sul sesso maschile, l’unica forma di godimento erotico che le fosse concesso. Per sua disgrazia, era anorgasmica. Lo sapeva bene il suo ragazzo, uno con una tale faccia da pirla, che aveva accettato di buon grado che Minolta Sturg si facesse fare ritratti in quella posizione, in quanto le permettevano, poi, di raggiungere, con lui, una forma embrionale di orgasmo stiracchiato, se facevano l’amore appena dopo la seduta con Serafino Cigoli.

La vernice era ancora affollata di gente. Alcuni rapaci si avventavano attorno a una mezza forma di grana padano rivoltata su un tavolino. Entrò – seguito dal genere di donna con cui amano accompagnarsi uomini in età pieni di soldi, che hanno problemi di erezione e vogliono dimostrare al mondo la loro virilità – un tale dalla conformazione fisica di una botte, e come una botte, pieno di vino che, con accento veneziano, tendendo il bicchiere sotto il becco di una bottiglia di Tocai, urlò: <Viva la fica!>, ritenendo di essere in tema con la mostra.

<Ciao Alvise, cosa ci fai da ‘ste parti?>

<Mi? Passavo di qui, bon, che si dice da voi?> Buttò giù un sorso di vino, la faccia larga come una forma di fontina, rossa come roast-beef.

<Ormai tu ti sei sistemato.>

<Mi? si, ormai, ma la fica xe sempre fica – ruttò – hai visto la mia ultima fuori serie? Carne soda, fica di classe, che ne dici? Non parla, è obbediente, ma mi costa, se mi costa, benedeto. Siamo tutti dei poveri putei, sotto questo cielo, xe questa l’amara verità.>

E via di ‘sto passo.

@@@

Un nugolo di persone girava attorno all’artista come moscerini attratti dall’odore seducente di una carogna. Ognuno a turno gli posava una zampa sulla spalla, gli dava un buffetto, si congratulava. Ognuno a turno voleva contaminarsi con l’aura mortifera dell’artista.

<Serafino, tu sei un genio!>

<Oh, beh, non esagerare, me la cavo.>

<No, dico sul serio.>

<Diciamo che ho delle modelle molto belle, il merito è tutto loro, o della natura che le ha fatte.>

<Sei troppo modesto.>

<Ciao Serafino – disse un altro, introducendosi – ho visto la mostra, bella, davvero.>

<Grazie.>

<Vecchio volpone, non ti sfuggono le modelle migliori, eh?>

A questo punto Serafino Cigoli, professore di Italiano in un liceo, dovette ammettere la verità: <Durante la ricreazione mi apposto al mio solito punto d’osservazione, non fanno che passarmi davanti agli occhi, ce ne sono di carine…>

<Ma ormai ti conoscono, te lo vengono a chiedere loro, eh?> disse il tizio, rifilandogli una gomitata al fegato.

<Fanno a gara a farsi ritrarre> disse la moglie, di cui i presenti, quella sera, avevano potuto comodamente apprezzare le tube di Falloppio.

Era martedì sera. Dopo la seduta settimanale con Serafino Cigoli, Minolta Sturg si recava a casa del suo ragazzo per il settimanale tentativo di raggiungere l’orgasmo. L’accoppiamento col suo partner doveva avvenire nel giro di poche ore – sarebbe stato meglio minuti – dalla seduta ginecologica con Cigoli, durante la quale la sua vagina si predisponeva, dapprima sollecitata dalla penetrazione dello sguardo di Cigoli, alla penetrazione fallica del suo ragazzo. In fondo disprezzava Francesco per la sua mollezza intellettuale. Per la sua completa inettitudine amorosa. Le aveva promesso di sposarla, e – con la sua prossima laurea in Legge – le avrebbe garantito una vita piena di sicurezze. Minolta Sturg apparteneva a quella categoria di persone che, malgrado coltivassero ideali elevati e artistici, vivevano di luce riflessa, troppo poco coraggiose per esporsi, per fare il salto nel vuoto che richiede la vocazione all’arte. Per Minolta Sturg, l’arte, si riduceva ad un hobby molto chic, una cosa che fa fine e non impegna, un pour-parler da salotto altolocato. Di cui aveva, però, estremo bisogno. E che rinfacciava a Francesco di non coltivare per sua intrinseca limitatezza mentale.

Di posare nuda per Cigoli glielo aveva consigliato il suo analista, un lacaniano molto aperto di vedute. Le aveva detto che l’esibizione della vagina, con l’andare del tempo, avrebbe sciolto il suo complesso interiore che le impediva l’orgasmo. Minolta Sturg, così, si trovava a dover coltivare due transfert alla volta, uno per il dottor Bergeret e l’altro per il professor Cigoli. L’unico a non godere di transfert era Francesco che, tuttavia, godeva come un matto mentre la penetrava. A dispetto di tutti questi sapienti, a godere era solo Francesco, povero idiota, scemo del villaggio, mentre Bergeret e Cigoli – che se la sognavano di notte, luminare l’uno e artista l’altro – restavano a bocca asciutta.

Francesco aveva predisposto tutto per l’amplesso settimanale: incenso, musica new-age, infusione alle erbe orientali per rilassare le menti. Squillò il citofono. Era lei.

Sedettero sul divano. Sorseggiarono l’infusione orientale, mentre l’impianto stereo cominciava a diffondere note rilassanti al pianoforte.

<In fondo, mi chiedo cosa abbiamo in comune> intercalò lei, lentamente, scandendo bene le parole, che dovevano esprimere una certa insofferenza. Due anni con ‘sto idiota, pensava. Due anni della mia vita buttati alle ortiche!

<Su, dì qualcosa.>

<Ma io ti amo.>

<Non sai dire altro che io ti amo. L’amore non è fatto solo di amore!>

<E di cosa.>

<Già, tu non leggi altro che quei tuoi dannati codici. Non sai, non puoi sapere!>

Francesco stava per mettersi a piangere. Si trattenne a stento.

<Non mi freghi più con le tue lacrime. Sei un debole. Con te non raggiungo l’orgasmo, perché sei un debole. Ecco perché!>

<Ma io…>

<Sì, tu mi ami, me l’hai già detto un’infinità di volte!>

@@@

Davanti agli occhi del Maestro, invece, senza nemmeno essere sfiorata con un dito, la sua fica gioiva di orgasmi altissimi, tali da farle toccare il cielo. Con Serafino Cigoli si sentiva donna, donna dalla punta dei capelli alle dita dei piedi. Serafino Cigoli la faceva godere veramente.

<Mi dispiace per il tuo ragazzo…> disse Serafino.

<Non era che un debole. Farsi fuori è stato l’unico atto di forza della sua vita.>

<Ha dimostrato una forza estrema.>

<Meglio così.>

<Ora, dovresti toccarti le grandi labbra, come se ti stessi masturbando.>

Cigoli impugnava il blocco e la matita. Eseguiva degli schizzi estemporanei. Avrebbe scelto il migliore per poi svilupparlo su una tela.

<Sì, col dito dentro, benissimo, sei splendida…>

Una sorta di piacere lontano le si stava diffondendo lungo le cosce, dalla punta dei piedi le si irradiava lungo le gambe e si diffondeva nel ventre. Orgasmo! Emise un lamento, voluttuoso, prolungato. La visione della stanza tutt’attorno si spense all’improvviso. Non sapeva più dove fosse, né con chi fosse. Stava finalmente godendo.

Quando riaprì gli occhi, se lo trovò davanti al naso, grosso e storto come un wurstel, e anche un po’ maleodorante. Cigoli lo maneggiava come un’arma, sotto i suoi occhi ancora incerti nel mettere a fuoco il mondo circostante.

<Su, troietta bella, succhiamelo…> Le infilò il glande nella fessura delle labbra semiaperte. Minolta Sturg ne avvertì il sapore di sogliola andata a male. Emise un urlo. Un urlo lunghissimo.

<E’ inutile che urli, brutta troia, in casa non c’è nessuno!>

<No, la prego, la prego, non approfitti di me…>

<E’ quello che vuoi, invece, vieni qui!>

Cominciarono a inseguirsi per la stanza. Vennero rovesciati i colori, le tele, ci fu un gran fracasso.

<Vieni qui, troietta!>

<Bastardo, lo dico a sua moglie.>

<Mia moglie! Non può fregargliene di meno!>

L’uomo fu colto da un malore, si accasciò per terra, cosa che diede a Minolta Sturg il tempo di vestirsi e fuggire. Quando fu per strada, non sapeva più cosa pensare di sé e del mondo. Si sentì a un tratto confusa e molto sola. Ed ebbe la certezza che, per lei, non c’era più alcuna possibilità di raggiungere l’orgasmo.

©, 2002

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