ANTONIO APRILE, IL BUON SCHIZOFRENICO

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ANTONIO APRILE, IL BUON SCHIZOFRENICO

I suoi, come egli stesso li aveva definiti, erano viaggi “da matto”, senza meta, senza scopo, un vagare a bordo dei treni sul piano infinito dell’Europa come una pallina da flipper impazzita. Finito il servizio in Marina, Antonio Aprile s’era ritrovato tre milioni in tasca, la paga del suo lavoro di cuoco nella cucina di una nave da guerra ancorata al largo del Libano ai tempi della crisi. Montato sul treno a Brindisi, un oscuro impulso a proseguire non lo fece scendere a Milano, e alla fine di una notte di viaggio s’era ritrovato come in sogno a Londra. Era quindi ridisceso a Marsiglia – dove aveva cercato, su un fuocherello di fortuna, di arrostire un pollo nel tubo di una fogna – ed era rientrato a Milano, passando per Grenoble, dove la Polizia del luogo lo aveva segnalato alle autorità italiane. L’ingresso in Italia aveva significato finire dritto dritto in reparto psichiatrico e beccarsi la diagnosi di schizofrenia.

Erano passati circa vent’anni da quegli strani eventi, e Antonio aveva imparato a fare il buon schizofrenico. Ci vogliono due buone spalle per fare il buon schizofrenico. Soprattutto per sopportare i vari test cui mensilmente ti sottopongono gli psicologi, e tutta quella sequela di attività, come il disegno e il “Gruppo Das”, che in maniera imperturbabile, continua, ottusa e incalzante gli educatori vengono tutti i giorni a proporti. Ma Antonio, quando ce la faceva, rifiutava quel genere di cose, e per questo s’era guadagnato la nomea del paziente grave e refrattario alle cure. “Antonio si rifiuta” scrivevano gli educatori sulla cartella clinica, quasi a dare il la al medico che si sentiva in qualche modo autorizzato ad aumentare ad Antonio la terapia: “25 milligrammi in più lo renderanno meno passivo. Miracoli della farmacologia!” Ma di tanto in tanto Antonio accettava di fare una o due statuette col Das, giusto per farsi abbassare nuovamente la terapia che finiva per intontirlo, perché in fondo vent’anni di psichiatria gli avevano fatto capire il giochetto del buon schizofrenico: “più obbedisci, meno t’intontiscono con le pastiglie”. Tuttavia, dopo un po’ di statuette, non ce la faceva più, e preferiva tornare ai suoi deliri, che lo divertivano molto più delle statuette. La pacchia, però, durava un mesetto, dopo di che, vedendo che “si rifiutava”, gli veniva nuovamente aumentata la terapia. E così via, il giochetto durava da vent’anni, una vita così, era la vita di Antonio Aprile, schizofrenico.

©, 2002

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