UNA PSICOLOGIA IDEALE – l’inconscio collettivo e gli archetipi

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UNA PSICOLOGIA IDEALE – l’inconscio collettivo e gli archetipi

 

Carl Gustav Jung nacque nel 1875 in un piccolo villaggio della Svizzera, dove morì nel 1961. Trascorse un’infanzia non priva di crisi e conflitti interiori, figlio di un pastore protestante travagliato da un’incerta vocazione. Laureatosi in medicina, nel 1900 entrò a far parte del prestigioso ospedale psicanalitico Burgholzli, dove compì una brillante carriera sotto la guida di Bleuler. Dal 1906 al 1913 strinse un rapporto intenso con Freud. Nel 1930 fu nominato presidente onorario della società tedesca di psicoterapia e, nonostante l’ascesa al potere di Hitler, che riorganizzò la società secondo i principi del nazionalsocialismo, ampliò l’associazione a livello internazionale. Fu criticato di filonazismo e antisemitismo, ma si difese sostenendo di aver voluto proteggere la psicanalisi e gli analisti ebrei. Nel 1948 fu fondato il Carl Gustav Jung Institute, destinato all’insegnamento della teoria e dei metodi della psicologia analitica. Per Freud, Jung significa prima di tutto Burgholzli, prestigiosa istituzione a Zurigo, nel centro di un’area culturale di lingua tedesca. Ma Zurigo non solo fungerà da cassa di risonanza della psicanalisi, ma condurrà una critica serrata e una riformulazione radicale del discorso freudiano.

Jung non sarà un postfreudiano, ma un caposcuola di un diverso campo teorico, di un progetto scientifico complessivo diverso, che comporta la concreta riformulazione del corpus teorico psicanalitico, con la ridefinizione dell’oggetto, del metodo, del programma di lavoro. I due autori non possono essere considerati in opposizione frontale, ma, mentre Freud è timoroso e ambivalente in proposito, Jung è certo che la psicanalisi rappresenti un forte discorso degno di interloquire con la più alta tradizione filosofica e, in senso lato, teorica. Jung riconoscerà sempre al maestro di aver operato una vera e propria rivoluzione nei confronti della psichiatria classica, e utilizzò il pensiero di Freud nella diagnosi e nella terapia delle psicosi.

 

Il loro divario sorge dalla teoria e poi dalla clinica

Jung rifiuta di fare della teoria il momento di estensione dell’esperienza terapeutica. La psicoterapia non è per lui una psicologia generale. Erede dell’idealismo tedesco, dell’autonomia dello spirito, non può accettare che il modello psicanalitico si fondi su un concetto spurio come quello della libido, energia psichica di natura sessuale, radicata nel corporeo, frammentata in pulsioni parziali, mai completamente amministrabile. Jung fece ruotare e poi trasformò il pensiero freudiano proprio intorno alla libido, pensiero – a suo dire – che privilegia la polarità biologica dell’uomo a scapito di quella spirituale. Jung, per ovviare al riduttivismo freudiano, opera innanzitutto un ridimensionamento della figura di Freud, una storicizzazione delle sue scoperte, una relativizzazione del suo pensiero (pars destruens), poi innalza un grande edificio sistematico, una vera e propria teoria della cultura (pars costruens). Secondo Jung, la psicanalisi non può dire nulla di vero e di giusto sulla psiche, ma solo qualcosa di veritiero, di inerente ad una esperienza soggettiva. Anche l’esperienza più personale ed esclusiva ha un valore conoscitivo in quanto testimonianza. In questo senso anche il soggetto è un dato oggettivo. Tuttavia, l’obiettività scientifica si conquista solo con il metodo, con la correttezza dell’autoosservazione, con la veridicità dei fenomeni osservati e con il riconoscimento della relatività del sapere. Jung ridimensiona Freud fino a considerarlo un residuo storico che rimase impigliato nel suo stesso atteggiamento critico demolitore e negativista. Jung insinua che Freud non capiva che le nostre idee non sono prodotte da noi, ma ci producono. Jung distingue un inconscio personale da uno collettivo, che ha una dimensione asoggettiva, che va oltre l’impersonalità dell’inconscio freudiano che non esiste al di fuori dei singoli individui. Secondo Jung il mondo delle idee è autonomo rispetto ai soggetti, attraverso i quali si manifesta, tipo la scissione platonica tra idee e divenire materiale. Postulato della teoria junghiana è l’immagine di un uomo con a disposizione non un’ energia sessuale difficilmente domabile e trasformabile, ma una energia generale,  che è anche sessuale. Nella natura, la libido compare come pulsione di vita che, attraverso la conservazione dell’individuo, assicura la continuità della specie. La libido junghiana è un concetto dinamico che spiega sia la possibilità di evoluzione (stati libidici), sia quella di regressione (nevrosi). La nevrosi non è causata tanto dagli avvenimenti della prima infanzia, ma dal conflitto attuale, ossia dall’incapacità dell’individuo di adattarsi all’ambiente, per cui, se il conflitto appare insuperabile, la libido regredisce a forme più arcaiche di funzionamento e, incontrato il complesso edipico, lo investe riattualizzandolo. Quindi, non vi è alcun nucleo patogeno, alcun conflitto edipico, fino al momento in cui un movimento regressivo non venga a sollecitare ricordi latenti, funzionanti secondo modalità infantili e poco razionali. Le cause della nevrosi, perciò, si devono ricercare nel presente e nel futuro del soggetto. Jung si pone l’obiettivo di una filogenesi dello spirito, che, come la struttura somatica, dopo molte trasformazioni, ha raggiunto la sua forma attuale. Come l’uomo primitivo riuscì a strapparsi dallo stadio primordiale con l’aiuto dei simboli religiosi e filosofici, così anche il nevrotico può sottrarsi alla malattia. Il simbolo ha funzione di mediazione tra coscienza e inconscio. Può essere utilizzato come simbolo di qualcosa d’altro, ma vi sono tuttavia simboli che hanno un’esistenza oggettiva, indipendentemente da chi li guarda.

 

Si manifesta in questo caso l’archetipo

Gli archetipi sono immagini originarie che partecipano dell’istinto, del sentimento e del pensiero, pur conservando la loro autonomia. Gli archetipi sono la memoria dell’umanità che permane nell’inconscio collettivo, comune a tutti i popoli, senza distinzione di tempi e luoghi, un’immagine del mondo che si trasmette per eredità genetica. Essi agiscono come impulsi naturali, istintuali, o come idee generali che preformano l’esperienza. Jung sottolinea i loro aspetti formali e strutturali più che quelli contenutistici; egli individua tra i più importanti archetipi, rintracciabili nei miti, nelle favole, nel sogno, nella mente patologica: il vecchio e il grande mare, il bambino, il mandala, la ruota, le stelle, l’animale. L’analisi non incontra mai gli archetipi di vissuti soggettivi, ma l’immaginario interiore in cui le forme archetipiche si storicizzano.

Se l’inconscio, secondo Freud, è una tipografia, quello di Jung è una biblioteca. Il primo produce i suoi contenuti, il secondo li contiene. L’inconscio individuale rappresenta un compromesso tra la determinazione degli archetipi e le scelte personali.

 

La realizzazione del sé 

Oggetto della psicologia di Jung è l’inconscio collettivo, e il fine della terapia è l’integrazione di contenuti inconsci nella coscienza, nella realizzazione del sé. Le tappe della terapia sono un progressivo emergere dall’inconscio collettivo per guadagnare la coscienza, il predominio dell’ io. Esso è frutto della relativizzazione dell’io, ma poi del recupero delle immagini archetipe, in cui si riconosce una dimensione archetipica inconoscibile, extrapsicologica, la trascrizione degli affetti, delle immagini archetipiche nella nostra storia. Qui la psicosi è l’irrazionale irruzione delle immagini archetipe. Secondo Jung occorre lasciarsi invadere dall’inconscio per allargare i confini della nostra psiche ad un divenire continuo che realizza la coesistenza dei contrari che ci dividono: razionalità e irrazionalità, estroversione ed introversione. Il fine dell’analisi non è l’eliminazione dell’oscuro, ma la sua armonica integrazione. Nella nevrosi stessa sono già insite delle indicazioni terapeutiche e, in un certo senso, il sintomo è già un tentativo di adattamento. Mentre, nell’analisi, il paziente effettua la sua autorealizzazione attraverso tendenze vitali, l’analista lo segue partecipando con il suo stesso inconscio al processo d’analisi. Dal transfert sorgono le produzioni immaginarie in cui l’inconscio collettivo si rivela. Perciò l’analista è una guida che ha già sperimentato l’esistenza di un luogo extraindividuale nel quale convergono i fini ultimi del nostro destino. La terapia, secondo Jung, non è come quello che Freud rigidamente codificava, poiché ogni individuo richiede una particolare impostazione terapeutica. Il transfert non è indispensabile, è solo la proiezione di contenuti inconsci sull’analista. Il paziente è più attivo nell’analizzarsi e nel prendere contatto con il proprio materiale inconscio, che non è tanto il rimosso, quanto la dimensione archetipa. Il processo dell’integrazione dell’inconscio che si attua nell’analisi, coincide con la realizzazione del sé. Il sé rappresenta un vertice ideale cui conducono diversi assi, il telos della maturazione psicologica. Dal punto di vista psicologico è il momento di sintesi di coppie di opposti: pensiero e sensazione, sentimento e intuizione, maschile e femminile, introversione ed estroversione. Jung vuole dimostrare che il tratto caratterizzante ciascun individuo non esclude il suo opposto, che rimane psicanaliticamente attivo, anche se eclissato. Ogni particolarità reclama un processo di integrazione della parte complementare, e non solo gli opposti dovranno completarsi a vicenda, ma, nell’unità di una psiche interamente pacificata nella sintesi dei suoi opposti, andranno iscritte la persona, la maschera sociale, l’ombra, il suo negativo rimosso, l’animus, la potenzialità sessuale maschile che domina l’inconscio della donna, l’anima, la potenzialità sessuale femminile che regna nell’inconscio dell’uomo. Il bambino, come il primitivo, vivono in uno stato di fusione con gli archetipi; solo con l’emergere della coscienza dalla collettività delle forme archetipe, si attua l’individuazione, la capacità di scelta, di autodeterminazione, di storia. In questo senso le vicende individuali e quelle dell’umanità seguono un unico itinerario. Nel saggio “Problema spirituale dell’uomo moderno” del 1928-1932, Jung ricostruisce la storia della nostra immagine d’uomo a partire dalla sua nascita, nel momento di transizione dal medioevo al Rinascimento. Nel medioevo l’uomo risulta tutto immerso in un ordine istituzionale che lo governa e lo rappresenta. Nell’ecclesia mater l’archetipo eterno della madre si storicizza e l’uomo medioevale realizza prevalentemente il lato femminile della personalità a scapito di quello maschile, ma le contraddizioni coesistenti nella cultura medievale sfoceranno nel suo superamento, cioè nella figura dell’uomo moderno, dominato dal lato maschile, inquieto, attivo, ribelle all’autorità. L’uomo contemporaneo, quindi, rappresenta la massima espressione del processo di individuazione, con il conseguente sviluppo eccessivo della coscienza maschile a scapito di quella femminile nelle componenti inconsce. L’analisi ha il compito di recuperare la dimensione collettiva perduta nel corso del processo storico di individuazione. Il suo fine terapeutico consiste nell’iscrivere l’io personale nell’inconscio collettivo che gli è matrice. Occorre riconoscere che una realtà del mondo interiore ci preesiste, così come quella del mondo esteriore. Il processo di individuazione è l’unica possibilità di contrastare le dominanti tendenze alla massificazione e reificazione dell’uomo.

 

Psicologia analitica e cultura 

La psicologia analitica – così Jung denominerà la sua disciplina – si fa teoria, fuori dalle coordinate culturali del positivismo, e si ricongiunge alle fonti originarie della psichiatria romantica. Dall’interesse per la cultura medievale, nell’alchimia, Jung individua un precedente della psicanalisi analitica con il medesimo fine di integrazione ed amplificazione del sé.

Nell’interpretazione dei sogni, Jung utilizza discipline affini alla psicologia del profondo, come la storia delle religioni, l’etnologia, l’antropologia, capaci di amplificare l’inconscio personale più che la storia personale dell’analizzato. La dimensione dell’inconscio collettivo, per diventare esperienza, richiede l’analisi. Nell’ideale di realizzazione del sé, l’uomo moderno rivolge alla psicologia i quesiti essenziali posti, un tempo, alla religione. La terapia di Jung, mentre tiene conto delle concrete esigenze del paziente, propone un ideale positivo di perfezionamento che si colloca al di là della normalità borghese, al di fuori dei limiti angusti dell’ambulatorio e del rapporto interpersonale. Ne emerge un’immagine di uomo di cui il massimo dell’individualità consiste non già nell’essere per se stesso, ma nella consapevolezza della sua iscrizione in una dimensione altra, che lo trascende e lo rappresenta ad un tempo. In Jung il senso drammatico della condizione umana viene sostituito da una visione eroica dell’uomo e del suo destino. Jung adotta uno schema hegeliano che prevede il superamento dialettico dei contrasti in una sintesi pacificatrice che permette alla psicologia di formulare una religione senza teologia, capace però di far proprie le esigenze di sacralità e di immortalità attribuite ad una insopprimibile natura umana. Sino agli anni ’70, interessi professionali hanno sclerotizzato, anziché scioglierlo, il divario esistente tra i due campi del sapere tra Freud e Jung. Furono introdotti temi junghiani nelle pratiche più lontane dalla psicologia, nella creazione artistica, nei modelli scientifici, nella linguistica, nell’etnologia, nell’antropologia, nell’ epistemologia, eccetera. Tra i principali seguaci di Jung vi è Neuman (1905-1960) che introduce nella psicologia archetipa di Jung la dimensione evolutiva. Hillman privilegia gli aspetti generali della teoria della cultura invece delle sue componenti psicoterapeutiche e critica, come Neuman, il razionalismo della cultura occidentale, fondata sulla centralità dell’ Io. Hillman vuole recuperare una visione del mondo che utilizzi la fantasia e che si esprima nel linguaggio metaforico poetico dell’anima. Tutta la nostra esistenza è strutturata dalla immaginazione archetipica, e nell’attività immaginaria noi siamo immaginati. Archivio delle immagini è il mito; esso ci mostra chi siamo e come siamo. Hillman nega il concetto di inconscio per sostituirlo con la memoria mitica e la capacità mitopoietica. Jung considerava le fiabe come la manifestazione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo. In essa infatti l’elemento culturale è ridotto al minimo. Secondo una sua allieva, Marie Louise Von Franz, tutte le fiabe rivelano un unico significato: il sé, come totalità psichica dell’individuo e come centro regolatore dell’inconscio collettivo. Mentre Jung si manteneva attento al contesto epocale delle sue indagini, questi suoi seguaci perseguono un’archeologia dell’immaginario in una dimensione atemporale.

©, 2009

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